Un nuovo Natale è arrivato e già il 2025 si prepara a spalancare le braccia per accoglierci e accompagnarci in un viaggio ancora sconosciuto.
Ci presentiamo alla soglia provati dalla follia di guerre che si combattono intorno a noi, così vicine da sentirne l’odore.  Siamo attoniti. Come è possibile che ancora l’essere umano sia così stolto? Tutta l’esperienza passata, il sapere, la conoscenza dove vanno a finire? E la natura? La sua ribellione è ormai palese e non risparmia nessuno.

I nostri animi sono inquieti.
Così ci presentiamo al 2025.  

Eppure c’è una parola che ci salva e a cui  nessuno può e deve rinunciare:  speranza. Arriva dal latino “spes” e nel corso dei secoli il suo significato è rimasto immutato: quel sentimento di attesa colmo di fiducia e di augurio, quel sentimento che ci pervade senza chiedere niente, neppure un gesto. La speranza è una forza fatta di luce e fiducia, è quell’anelito sottile e impalpabile che ci permette di continuare il cammino, sempre, nonostante le difficoltà.  

E se penso alla speranza penso a Hetty Hillesum, a colei che è quintessenza della speranza: «Volevo solo dire questo: la miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce -non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare-, e questa voce dice:  la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita” .

Chi più di lei ha saputo esprimerci la forza della speranza? 
Questo quindi è il mio augurio  per questo nuovo tempo che ci aspetta: ti auguro di non rinunciare mai alla speranza, ti auguro di “opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avrai conquistato dentro di te” ogni volta che viene offesa la tua bellezza e la bellezza della vita, ti auguro che questa forza interiore, così potente e innata, ti permetta di puntare la tua attenzione verso il buono che hai intorno, ti auguro di non dimenticare mai che “ogni atomo di amore che aggiungiamo al mondo lo rende più ospitale” e ti auguro di diventare sempre più consapevole che ” Più pace c’è in noi, più pace ci sarà nel nostro mondo turbolento”. Insieme, con  questa forza,  possiamo sperare di “costruire un mondo completamente nuovo”.

Fiorenza Guarino

Perché essere parte di Aghape?

Come dico e ripeto sempre, la missione che Aghape persegue non è così evidente ma sottile, profonda e lungimirante. Quello che Aghape e la HSU fanno ogni giorno è una vera e propria rivoluzione culturale che lentamente sposti il baricentro dell’attenzione umana attuale, votata prevalentemente al profitto, che spesso va a scapito della vita stessa, verso una cultura radicata nella conoscenza, nell’amore, nella cura, nella gentilezza e nella consapevolezza della perfezione in cui siamo contenuti e che, potenzialmente, tutti conteniamo.

Si, possiamo dire che Aghape è un essere rivoluzionario che concorre alla trasformazione e al cambiamento del pensiero utilitaristico dominante per volgerlo, attraverso la conoscenza e la consapevolezza, in fiducia, in solidarietà, in collaborazione, in cura dell’uno verso l’altro e verso la natura che ci nutre e ci ospita.    

Vincere senza combattere, ci insegna Sun Tzu: una rivoluzione portata avanti attraverso la conoscenza e il sapere e attraverso i valori solidi e inalterabili della lealtà e della serietà.
Come Dante ci ricorda “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. La conoscenza è all’origine della natura umana, un seme piantato nel cuore, è sinonimo di vita e di Libertà. La conoscenza, quando è semplice e pulita e non è edulcorata dagli interessi, è un andare a vele spiegate verso l’infinito, è il cammino verso la realizzazione, sconfigge l’ignoranza che è madre della violenza e dell’ingiustizia.

Aghape è un’associazione che “non cura le ferite del mondo”, che sono così tante, ma cerca di creare il terreno per un mondo con meno ferite e più consapevolezza. Crede fermamente nel valore di ogni uomo e di ogni donna, di ogni persona consapevole, con mente pensante e aperta, intelligente e buona, e nella possibilità di ognuno di determinare questo mondo e di influenzarlo attraverso l’esempio.

Perché allora essere parte di Aghape?
Credo, per l’esperienza di ormai quasi un ventennio, di poter affermare che essere in Aghape significa riscoprire in primo luogo il proprio unico, inequivocabile valore e da qui finalmente poterlo vedere e amare in tutto ciò che ci circonda. Sono certa che, attraverso la conoscenza che in Aghape/HSU si acquisisce, si diventa un esempio che cammina nel mondo… e il piccolo seme che Aghape ha curato, si moltiplicherà all’infinito… “un seme nascosto nel cuore di una mela è un frutteto invisibile” 

Fiorenza Guarino

“E così devi accettare che non puoi spegnere il male del mondo da solo. Ma ogni giorno puoi avere cura del pezzo di creato che ti ospita, del presente che stai vivendo, dello spazio in cui cammini e di chi lo abita con te. Non puoi fermare una guerra, ma costruire un piccolo riparo per un fiore, per un gatto randagio, per un ramo fratturato che ha ancora la vita dentro, quello lo puoi fare sempre, se impari di nuovo a vedere e a sentire. Ed è il compito più grande che abbiamo: amare quel che c’è, sentire che la vita è una, dentro ogni cosa.” Giulia Calligaro


 

In queste poche righe si racconta il cammino di Aghape. Abbiamo percorso molti sentieri portando in ognuno la nostra visione e un’educazione che abbiamo creduto giusta per raggiungere nuove vette della coscienza e della conoscenza. E oggi siamo qui, in Terra d’Aghape, forse per unire tutti questi sentieri e fare ancora qualcosa di più: trasformare una Terra avvelenata in una Terra innamorata.

Terra d’Aghape è un progetto per la Bellezza. Dove c’è Bellezza c’è Verità. C’è Amore. C’è Semplicità. C’è Magia.

Noi vogliamo coltivare questa Bellezza, vogliamo migliorarla per quanto ci è possibile, vogliamo esaltarla, per rendere a chiunque una vibrazione altissima che conduce alla gioia e a quel sentimento etereo ed eterno dello stupore e della meraviglia.

Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano ci precede di gran lunga consegnandoci i pensieri dell’imperatore romano: “Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore d’una ricchezza volgare…”. Noi, come lui, ci sentiamo responsabili della bellezza del mondo e facciamo la nostra piccola parte.

Terra d’Aghape è un mondo che verrà. Oggi vediamo i primi germogli ma un giorno essi saranno foresta. Oggi sono conoscenze, attitudini e nuovi gesti che cambiano il mondo che ci sta intorno, un giorno saranno la cultura che abiterà nella mente e nel cuore di ogni persona.

Ma come si coltiva la bellezza del corpo, della mente, dell’anima?

Come si coltiva la bellezza della natura?

Come si coltiva la bellezza delle cose che mettiamo sulla terra, di quelle più tangibili e di quelle più intangibili?

Come può, ognuno di noi, aggiungere il proprio pezzettino di bellezza in questa creazione così meravigliosa?

Fiorenza Guarino


 
“Ho camminato sulla lunga strada per la libertà. Ho cercato di non barcollare; ho fatto passi falsi lungo il cammino. Ma ho imparato che solo dopo aver scalato una grande collina, uno scopre che ci sono molte altre colline da scalare. Mi sono preso un momento per ammirare il panorama glorioso che mi circondava, per dare un’occhiata da dove ero venuto. Ma posso riposarmi solo un momento, perché con la libertà arrivano le responsabilità e non voglio indugiare, il mio lungo cammino non è finito” Nelson Mandela

“Chi, vivendo in città, e non amando la natura, o non curandosi di essa, non ha mai fatto l’esperienza di penetrare in una vera foresta, con la luce del giorno, o magari nell’oscurità della notte, rischiarata appena dalla luce lunare; chi non ha mai ascoltato le sue voci, i suoi sussurri, i suoi silenzi: lo stormire delle foglie, il richiamo degli uccelli, il ronzio degli insetti; chi non ne ha mai aspirato il profumo di resina, chi non si è perso ad ammirare la danza delle lucciole, nelle dolci sere d’estate; chi non ha mai provato a farsi piccolo, a lasciar andare il proprio ego, per consentire alla foresta di parlargli, sussurrandogli ciò che non aveva mai udito prima, e che mai più gli sarà dato udire: costui non può capire, non può comprendere tutto il fascino arcano, la profonda e indimenticabile epifania che una tale esperienza riserva a chi sia capace di accoglierla.”  Francesco Lamendola


 

In Terra d’Aghape abbiamo a cuore la bellezza della Natura.

Della perfezione che ispira ogni nostro progresso, della bellezza che ci congiunge al divino, della vibrazione che ci riaccorda. Ogni persona è uno strumento, un campo di onde che presto perde la sua accordatura in “questa nostra vita moderna” che ha così tanto complicato ogni cosa, che ha trasformato la semplicità e la verità essenziale che essa contiene per costruire cattedrali effimere, per sfamare l’ingordigia di alcuni a scapito di tanti e per nutrire l’interesse personale che abita ormai dappertutto. 

Una camminata nei boschi, respirare i terpeni che le piante diffondono, abbracciare gli alberi, osservare un fiore che sboccia, lasciarsi penetrare dai colori accesi che ogni stagione ci propone, ascoltare il canto delle cicale d’estate, perdersi nella nenia delle onde del mare, smarrirsi nelle nubi, nei tuoni e farsi abbagliare da un fulmine, sono attimi della nostra vita che valgono più di quanto immaginiamo, sono attimi che ci curano e che ci espandono verso quella dimensione più alta che ogni essere umano contiene, sono attimi che ci ispirano. Le nuove scienze e le più recenti scoperte e conoscenze ci confermano il come e il perché non possiamo prescindere dal nostro connubio con essa.

Noi abbiamo un sacro dovere di custodire questa meravigliosa creazione fatta di cielo, di alberi, di insetti e animali, di montagne, di mari, di luce, di spazi infiniti e incommensurabili. 

Non è quello che stiamo facendo.

Oggi abbiamo formato isole di plastica. Il nostro commercio smodato di cibi confezionati,  di beni usa e getta, di acqua imbottigliata ha fatto sì che siamo sepolti sotto ammassi indistruttibili di plastiche. Abbiamo inquinato aria, falde acquifere, fiumi e mari con i veleni dei prodotti industriali e con l’acidità corrosiva degli allevamenti intensivi, che non solo vedono soffrire in modo disumano gli animali ma che avvelenano terra, aria e acqua. Abbiamo sgretolato montagne per abbellire con marmi e graniti le nostre dimore, per ricavarne calce e cemento per costruire alveari umani che offendono l’armonia della natura e costringono gli esseri umani ad ammassare le proprie energie l’una sulle altre, creando intolleranza, rabbia e odio. Abbiamo abbattuto foreste per costruire alberghi di lusso e resort per i più ricchi. 

Fiorenza Guarino


 

« Vorrei poter raccogliere le vostre case nella mia mano, e come il seminatore, disperderle su prati e foreste, e valli vorrei fossero le vostre strade, e verdi sentieri i vostri viali, perchè possiate a vicenda cercarvi tra le vigne e giungere con l’abito profumato di terra……Nel loro timore, i vostri antenati vi hanno radunati insieme, troppo vicini. E in voi durerà ancora un pò quella paura. E le mura delle vostre città separeranno ancora dai campi i vostri focolari….. E che mai custodite dietro l’uscio sbarrato? Avete la pace, il calmo impulso che rivela la vostra forza? Avete dei ricordi, archi di tremula luce tesi tra le sommità della mente? Avete la bellezza, che conduce il cuore dalle case di legno e di pietra verso la santa montagna?
Ditemi, avete tutto ciò nelle case? O avete soltanto il benessere e la brama del benessere, quella cosa furtiva che entra in casa come forestiera, poi diventa ospite, e poi padrona?….» K.Gibran

Dice Tiziano Terzani: “Quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta.” 

Aghape, i suoi soci e una piccola parte di questa vasta Terra, senza ombra di dubbio, ha scelto la strada in salita, la strada di un agire e di un pensare che va controcorrente rispetto a quell’umanità che, al galoppo, si dirige verso un mondo senza presenza.

Come Terzani io penso che, alla fine di questa forsennata corsa la maggioranza delle persone e dei governi, si troverà in un buco. E’ quello che, dalla finestra di Aghape, vedo sempre più. Guerre, violenze, intolleranza e persone smarrite, perse, sempre più ammalate, alla ricerca di un senso da dare a questa vita. 

Siamo nell’era del Metaverso, dell’AI, delle relazioni virtuali ma cosa abbiamo raggiunto? Forse un vuoto interiore senza precedenti.
E sul piano della realtà? 

Un esempio tratto dalla vita quotidiana:

Dieci anni fa ho fatto il passaporto, sono andata in questura nel mio comune, ho presentato la domanda allo sportello e dopo due giorni mi hanno consegnato il passaporto.
Sono passati dieci anni, il passaporto è scaduto, devo rinnovarlo. Unica possibilità prendere un appuntamento online: il primo posto libero, a 50 km di distanza,  dopo sei mesi. Se avessi voluto andare nella questura del mio comune l’appuntamento era a nove mesi. Consegnati tutti i documenti, per avere il passaporto fisico servono 45 giorni. 

Questa è la misura!

Alla Natura noi chiediamo tanto. Chiediamo di farci sopravvivere. Chiediamo di nutrirci di cibo e di energia. Chiediamo di curarci con le erbe, le piante e le acque. Chiediamo di scaldarci con il sole. Sarebbe bello porsi oggi un’altra domanda:

cosa possiamo fare noi, per la natura? 

Terra d’ Aghape risponde: Possiamo prenderci cura del pezzo di terra in cui viviamo, del luogo che ci è stato affidato. 

E’vero che la nostra è una società evoluta e delegante, ormai.
Paghiamo le tasse, e profumatamente, per cui pretendiamo che l’amministrazione comunale, l’amministratore di condominio, lo stato o chi per essi, provvedano a sistemare ogni cosa: l’aiuola sotto casa, il buco nella strada, il muro screpolato. Noi ci prendiamo cura solo della nostra proprietà privata, del “ mio”.
 

Io immagino un mondo in cui ci si possa dare tutti una mano. Immagino un mondo dove le persone che abitano in un palazzo possano ritrovarsi per accudire il giardino che dona a tutti bellezza, energia e refrigerio. 

Immagino che gli abitanti di un paese, di un quartiere, di un borgo, possano incontrarsi con l’amministrazione comunale e mettere a frutto le innumerevoli competenze che i cittadini stessi possiedono, ogni singola persona, per migliorare e abbellire il loro paese. Va a vantaggio di tutti, anche della spesa pubblica. 

Immagino giornate di lavoro e passione, di relazioni e amicizie non più superficiali e immagino che faticando insieme il giorno dopo, incontrandosi, ci si guardi negli occhi e ci si saluti, ci si stringa in un abbraccio. Immagino che da quel sudore e da quell’orgoglio, nessuno più sia trasparente agli altri.  

Immagino che i bambini e i ragazzini siano conosciuti e non estranei, immagino che possano diventare figli di una comunità che veglia su di loro e non più solitudini di famiglie troppo sole.

Immagino ogni singolo pezzo di terra – in cui ognuno vive e ama, dove i bambini giocano e crescono, dove gli innamorati costruiscono il futuro, dove forse siamo nati e dove forse moriremo – diventare un piccolo paradiso curato, fiorito e profumato.

Mi piace pensare che un giorno l’essere umano non penserà più a costruire grattacieli per speculare su ogni centimetro quadrato ma progetterà e creerà villaggi concepiti come città giardino, consentendo alla sostenibilità e al paesaggio di diventare i principali motori dell’urbanistica e dalla combinazione di più villaggi si formerà una nuova configurazione urbana e un nuovo modello di città del futuro. 

Il termine Garden City mi pace molto e lo utilizzo. Nasce alla fine dell ‘800 con Ebenezer Howard con l’obiettivo di decongestionare le grandi città  attraverso il decentramento della popolazione in città satelliti immerse nel verde della campagna. E’ molto interessante e vi invito ad approfondire questo argomento grazie ad una pubblicazione che ho trovato nel sito dell’Università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria a cura di Elisabetta Amagliani. 

E’ passato molto tempo da allora, le cose non sono andate proprio in questa direzione e io oggi voglio riutilizzare questo termine Garden City per riallacciare quel filo interrotto e riaffermare che, in Terra d’Aghape,  io vedo luoghi fatti di strutture definite dalla natura e non il contrario e il “ genius loci”- la loro anima – è caratterizzata da un forte senso di comunità, da contatto profondo e autentico tra le persone, da aiuto e cura reciproca, dalla consapevolezza che ogni forma di vita è in stretta e irrevocabile connessione ed espressione di un’unica energia, da una comunione tra politica e persone, un tutt’uno che lavora insieme per il massimo bene di tutti e della terra. 

Fiorenza Guarino

 

 

SEMINARE
per trasformare una Terra avvelenata in Terra innamorata
 

 Abbiamo a cuore la bellezza della terra. Di quella terra grande che è la casa di ognuno di noi, di quella che, per Carl Sagan era “ un piccolo puntino blu, disperso in un raggio di sole”. 

….”
…..l’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé,
ogni cacciatore e raccoglitore,
ogni eroe e codardo,
ogni creatore e distruttore di civiltà,
ogni re e plebeo,
ogni giovane coppia innamorata,
ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore,
ogni predicatore di moralità,
ogni politico corrotto,
ogni “superstar”,
ogni “comandante supremo”,
ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie
è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole….
Carl Sagan
 

In Terra d’Aghape ci scorre nelle vene questa terra nera e scura che ci nutre, questa terra che ci dà frutti e piante, il cibo specie specifico dell’essere umano. Un cibo figlio solo della terra e
dei suoi innumerevoli minerali, della luce del sole che lo carica di energia – la stessa materia di cui siamo fatti- e di pioggia, quell’acqua così misteriosa, matrice mutevole che tutto informa al suo passaggio, che muta la sua struttura al più piccolo pensiero, alla più flebile o tonante parola che pronunciamo.
 
Questa è la terra innamorata che vogliamo seminare, che vogliamo coltivare, per rendere al mondo un cibo che sia cura e medicina per il corpo, per la mente e per l’anima, un cibo che non ci ammala e che non sia merce di mercato, di profitto e di speculazione estrema. Perché il cibo naturale è il carburante con cui la macchina umana funziona e se sbagliamo il carburante, ahimè, sono guai. E noi, popolo del XXI secolo, oggi vediamo gli effetti di questo disastroso comportamento alimentare moderno, dove nonostante la ricerca e il progresso ci ammaliamo in modo esponenziale e dove vediamo statistiche che confermano che le patologie più gravi sono in costante ascesa. 

E allora, o Terra, cosa possiamo fare per te?
E lei ci risponde: 
“Pianta semi ovunque, aggiungi alberi e cespugli e fiori e piante e ortaggi a quel che già esiste. Un seme è piccolo, è leggero, ognuno di voi può farlo. Infila un seme nella terra, è un piccolo gesto. Poi, se puoi, accudiscilo come faceva il Piccolo principe con la sua rosa. Pianta nelle città, nei paesi, pianta laddove cemento e pietre hanno la meglio, aggiungi vita che pulsa, colori, profumi. Ognuno può fare la sua piccola parte per me e per sé stesso. Perché, lo sapete, anche la più piccola margherita emette un campo di energia, che seppur invisibile agli occhi, vi allevia e solleva. Gli alberi, le piante, i cespugli, i fiori, sono la vostra stessa vita e vi riportano a quell’equilibrio spesso compromesso nelle corse dei vostri giorni.” Vedere per credere: a questo link vedrai cose straordinarie ( misurazione energia vibrazionale) 

Quanti semi ci capitano tra le mani? Il nocciolo della ciliegia, il seme del limone, dell’arancia, dell’albicocca, dell’avocado, insomma di tutti quei frutti e ortaggi che mangi ogni giorno. Prendi l’atteggiamento di infilarli in vaso. In poco tempo questi semi, se te ne prenderai cura, ti regaleranno un germoglio, una piantina, che potrai poi accudire o portare in un campo, in un parco, in un giardino, sull’argine di un fiume. Questo è un piccolo gesto che possiamo fare tutti e che se facciamo in tanti può trasformare gli spazi che ci stanno intorno, per noi e per
ogni essere vivente. Noi siamo fatti solo per creare vita e bellezza e in questo semplice gesto quanta vita c’è?
 

E piantiamo alberi, alberi ovunque.
Perché le piante sono fondamentali per la difesa del suolo, così provato in questi tempi. Pensiamo a quello che sta succedendo: al dissesto idrogeologico, alle alluvioni, alle frane ovunque, alla terra che si sgretola sotto i nostri piedi. Piantiamo alberi, creiamo foreste. Gli alberi sviluppano radici che si ancorano al suolo e creano una vera e propria resistenza ai fenomeni franosi. Meravigliose le piante con radici avventizie: la Bignonia, il Bosso, il Fico,il Sedum, O il nocciolo, il vetiver…O piante come le tamerici, i salici, i pioppi, che si riproducono in maniera molto semplice, solo interrando un ramo spezzato.

Non dimentichiamo che lungo un versante con piante e alberi, la velocità di scorrimento delle acque è circa un quarto rispetto a quella che si avrebbe, a parità di pioggia, su suoli privi di vegetazione. Gli alberi sui pendii assorbono l’acqua piovana, diminuendo così gli allagamenti a valle. 

Fiorenza Guarino

“Il
Silenzio è tutto ciò che temiamo.

C’è Riscatto in una Voce.
Ma il Silenzio è Infinità.
In sé non ha un volto.”

 

Emily Dickinson, Tutte le poesie

 

IL SILENZIO

Come dono e cura per la natura e per la persona

 

Quanto si è scritto sul silenzio! Per comprendere sempre bene l’etimologia di una parola io mi rivolgo a “unaparolaalgiorno.it”. Vi consiglio di consultare questo sito animato da grandi professionisti della lingua e della cultura. Nel cercare la parola “silenzio” leggo: “In un mondo sempre più caotico, che non lascia spazi vuoti ma tende a riempire tutto di informazioni, immagini, concetti, suoni, distraendo dall’essenziale, l’invito al silenzio diventa sacro. E proprio in questo spazio sacro di ascolto e meditazione si può ritrovare la parola, pesarla, e solo allora portarla nel mondo – così da evitare l’inutile rumore”.

E allora, sul Silenzio, non aggiungo parole e mi unisco a Chandra Livia Candiani che dice “Caro Silenzio, aiutami a non parlare di te, aiutami ad abitarti. Addestrami. Disarmami. Tu mi insegni a parlare”.

Vorrei solo suggerire alcuni spunti per viverlo, per scoprire dove ci può portare, per entrare a contatto con esperienze a volte concrete, a volte straordinarie. Ricordando sempre, come un mantra, che in esso risiede una potente medicina, per noi e per quel mondo infinito di esseri che chiamiamo natura.

Fiorenza Guarino

Primo spunto: Inquinamento acustico, una patologia moderna

Io abito nel centro storico di Imola, una piccola cittadina di sessantamila abitanti. E’ un centro storico affascinante, con i suoi vecchi palazzi, i portici, i bar che danno sulla piazza, il profumo dei tigli a inizio giugno che entra in ogni casa. Tanta bellezza. Eppure manca qualcosa di fondamentale. Manca il silenzio. I mercati, le feste così frequenti in Romagna, i dj set fino a notte inoltrata che fanno tremare vetri e pavimenti, i camion che raccolgono vetro e rifiuti, le macchine pulitrici di notte. Una bellezza frantumata dal rumore. L’ inquinamento acustico è un tema molto discusso, tanto che è stato disciplinato dalla legge 447 del 1995. Ma non voglio dilungarmi su questo argomento perché ci sono luoghi e persone che lo fanno con molta competenza, potete ad esempio consultare  www.inquinamentoacustico.it

Secondo spunto: Il 
progetto
Cell Melodies del prof. Carlo Ventura con Daniele Gullà

Il silenzio non è assenza di suono ma un’esperienza “vibrante” di noi stessi, è ascolto di quell’orchestra polifonica che abbiamo dentro: il battito del cuore, il fruscio del sangue che scorre, il borbottio del respiro che come un ruscello ci attraversa, il ronzio dei neuroni. Il prof. Carlo Ventura, direttore del Laboratorio Nazionale di Biologia Molecolare e Bioingegneria delle Cellule Staminali dell’Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi presso il CNR di Bologna, nonché membro della American Society of Biochemistry and Molecular Biology (ASBMB) e della Cell Transplant Society), è il miglior interlocutore per farci comprendere queste nostre vibrazioni. Guardate e ascoltatelo in questi video in cui, insieme a Daniele Gullà, ci mostra, attraverso telecamere iperspettrali, la danza delle nostre cellule.

https://www.youtube.com/watch?v=i5P6rQ-UoeE                                                                                                                     https://www.youtube.com/watch?v=KLuX271nCDg

Terzo spunto: Il potere del silenzio di Carlos Castaneda

Il silenzio come via alla conoscenza e all’essenza dell’essere

Pubblicato nel 1987, Il potere del silenzio rappresenta uno dei vertici della ricerca spirituale di Carlos Castaneda. È un testo maturo, in cui lo scrittore — ormai non più semplice apprendista ma viaggiatore esperto tra i mondi della percezione — approfondisce l’insegnamento del suo maestro, don Juan Matus, sciamano yaqui del Messico.

Il tema centrale è il silenzio interiore, descritto non come assenza di suoni, ma come una sospensione del dialogo interno, il flusso continuo di pensieri che definisce e limita la percezione umana.
«Il silenzio interiore è la porta d’accesso al Nagual», scrive Castaneda. Il Nagual è l’“altro mondo”, la dimensione invisibile della realtà, accessibile solo quando la mente si svuota e si apre a ciò che è oltre la logica ordinaria.

La sospensione del dialogo interno

Per don Juan, il principale ostacolo alla libertà è il continuo “parlare con se stessi”. Solo interrompendo quel dialogo interiore, l’essere umano può entrare in contatto diretto con l’energia vitale del mondo.
«Quando il dialogo interno si ferma, il mondo si ferma; e quando il mondo si ferma, l’uomo vede — davvero vede.» 
In questa prospettiva, il silenzio diventa una pratica di trasformazione: un esercizio di presenza totale, una forma di meditazione dinamica in cui l’attenzione si sposta dal pensare al percepire.

Il linguaggio della conoscenza

Il libro è strutturato come una serie di dialoghi e narrazioni simboliche in cui don Juan spiega che la conoscenza non è trasmessa con le parole, ma attraverso il potere del silenzio stesso.
«Le parole sono solo ombre delle cose; la conoscenza vive nel silenzio che le precede e le segue.»
Castaneda, con il suo linguaggio visionario e poetico, porta il lettore al limite del linguaggio, costringendolo a percepire oltre la mente razionale.

Una via esperienziale e non intellettuale

Nel solco della tradizione tolteca e sciamanica, il sapere non è mai concettuale, ma esperienziale. Il silenzio interiore non si comprende leggendo, ma si conquista con la
disciplina, l’ascolto e il coraggio di “vedere l’ignoto”. Don Juan insegna che ogni atto della vita può essere una via verso il silenzio, se è vissuto con attenzione impeccabile.
«Un guerriero non cerca il silenzio: lo incontra quando smette di cercare se stesso.»

Il valore del silenzio nel mondo moderno

Nel nostro tempo dominato dal rumore, dalle parole e dai pensieri incessanti, Il potere del silenzio assume un valore ancora più urgente. Castaneda ci invita a riscoprire
l’ascolto profondo, a riconnetterci con il ritmo naturale delle cose. Il silenzio, nella sua visione, non è fuga dal mondo, ma ritorno alla sua essenza.

Attraverso i racconti iniziatici e le riflessioni sul “cammino del guerriero”, il libro ci ricorda che ogni essere umano possiede la capacità di accedere a stati di coscienza più ampi e di
percepire l’energia viva che permea ogni cosa.

Conclusione

Il potere del silenzio è un testo iniziatico, denso e a tratti enigmatico, che sfida le categorie del pensiero occidentale. Più che un libro da “capire”, è un libro da vivere, da lasciare sedimentare, da ascoltare nel suo ritmo interiore. In un mondo che teme il silenzio, Castaneda ci ricorda che è proprio lì — nel vuoto fertile tra un pensiero e l’altro — che si manifesta la conoscenza più profonda.

 

 

Quarto spunto: Gli animali e la natura tutta hanno bisogno del nostro silenzio

Il silenzio è rispetto e comprensione, quel mondo infinito di esseri che chiamiamo natura.
Gli animali, le piante e, sono certa anche gli astri del cielo, sono spaventati dalle nostre grida, dal nostro rumore infernale. A loro arriva un’onda d’urto imponente che li fa traballare, li disorienta, li destabilizza. Wise Society ha pubblicato una semplice guida che è bene sempre ripassare.

 https://wisesociety.it/consigli/regole-da-seguire-nel-bosco/

Quinto spunto: Echoes dei Pink Floyd

Un leggendario brano dei Pink Floyd, ultima traccia dell’album Meddle.
Oltre al testo, denso di significato, ascoltarlo è un tuffo al cuore, e mi chiedo come fanno voce e suoni a trasportarmi nelle più remote profondità del mio silenzio. Spero che a voi faccia lo stesso effetto.

https://www.youtube.com/watch?v=OcDiOUQBFd4 

 

Sesto spunto: dal silenzio degli abissi la Maestra di bisso, Chiara Vigo, una storia e una donna da conoscere

CHIARA VIGO, L’ULTIMO MAESTRO DI BISSO MARINO
L’arte silenziosa che custodisce la memoria del mare

 

A Sant’Antioco, nel sud della Sardegna, vive Chiara Vigo, l’ultimo Maestro di Bisso marino, custode di un sapere antico. Un’arte rarissima, ereditata da 28 generazioni e che trova le sue radici negli abissi del Mediterraneo, dove la Pinna Nobilis – il più grande mollusco bivalve del nostro mare – produce un filamento prezioso, destinato a trasformarsi in seta del mare.

Il percorso di Chiara Vigo nasce in famiglia, accanto alla nonna Leonilde, da cui ha appreso i segreti di un sapere che non si studia sui libri, ma si tramanda di voce e di mani. «Il Maestro di Bisso non è un artista né un artigiano – ricorda –: quello che tesse non è suo, appartiene a tutti. Per questo non si può vendere né comprare». Il laboratorio di Chiara Vigo è un luogo fuori dal tempo, dove il mare entra in ogni gesto e il silenzio diventa parola. E il Bisso, nella sua visione, è un dono del mare e della natura: va custodito, rispettato, condiviso.

La seta del mare

Il processo di lavorazione del Bisso è lungo, rituale, fatto di gesti antichi e di pazienza infinita. Dal bioccolo grezzo prodotto dalla Pinna Nobilis, lungo circa 40 centimetri, Chiara utilizza solo gli ultimi cinque, i più puri. Trecento grammi di fibra grezza si riducono a trenta, da cui si ottengono dodici metri di seta marina. Il filamento viene immerso per venticinque giorni in acqua dolce, cambiata ogni tre ore; poi trattato con succo di limone e con una miscela di quindici alghe che lo rende elastico, infine ritorto a mano con un fuso di ginepro. Il processo è lento, sacro, fatto di ritualità e attese, ed è accompagnato da un canto, da una formula antica che trasforma la materia in preghiera, fin dal primo istante in cui rivolgendosi al vento Chiara Vigo recita: «Maestra Grecale, prendi la mia anima e buttala nel fondale».
È in quel momento che la fibra si prepara, che il mare ascolta e risponde.

Il risultato è una fibra più sottile di un capello, ma mille volte più resistente, che non teme il tempo né gli insetti e che, alla luce del sole, splende come oro. Su un antico telaio manuale, con ordito di lino e trama di bisso intrecciata con le mani, Chiara Vigo tesse simboli universali: leoni a difesa delle donne, pavoni per la pace, alberi della vita, lune, navicelle nuragiche. Ogni opera è una storia che appartiene a tutti.

L’eredità e la maestria

Chiara Vigo non si limita a tessere. Custodisce un giuramento: proteggere mare e terra, condividere il sapere, non mercificare mai ciò che appartiene a tutti. Per questo le sue opere possono solo essere donate. Alcune sono conservate a Sant’Antioco, altre esposte in musei prestigiosi, da Basilea a Roma. Ma il vero museo è il suo laboratorio, aperto dal 2005, dove migliaia di visitatori ogni anno arrivano per incontrarla, ascoltarla, vederla lavorare e ricevere in dono un filo di bisso.

«Il bisso non è solo materia – racconta –: è ascolto, è silenzio, è relazione con il mare. Tessere significa anche imparare a rispettare i ritmi della natura e custodire un’eredità che viene da lontano».

Il suo lavoro è un dialogo con l’acqua, un atto di concentrazione e di devozione.
Nel laboratorio, dove l’aria profuma di alghe e ginepro, il tempo si ferma.
Il suono dei fusi si spegne, e rimane solo il silenzio sacro dell’acqua, un silenzio che non è assenza, ma presenza piena, voce antica del mare.

«In un mondo frastornato dal rumore», dice Chiara, «abbiamo bisogno di ritrovare questo silenzio che insegna, che custodisce, che ci restituisce alla nostra anima».

Il valore del silenzio

Il silenzio degli abissi, da cui il bisso proviene, è parte integrante di questa arte. È un silenzio che non è vuoto, ma pieno di vibrazioni, che accompagna i gesti della Maestra e li rende preghiera, ascolto, meditazione. «In un mondo frastornato dal rumore – sottolinea – abbiamo bisogno di ritrovare questo silenzio che custodisce e insegna».

Una voce per il futuro

Chiara Vigo non parla solo di arte, ma di vita. Invita a difendere i doni della natura, a rifiutare ciò che è contro di essa, a riscoprire la bellezza del creare come atto gratuito e condiviso. «Il destino del bisso non è il mercato – ricorda – ma il dono. E il mio compito è custodirlo perché resti alle generazioni future». Sì, perché Chiara Vigo non tesse soltanto, protegge. Da trent’anni chiede che il mare di Sant’Antioco diventi area marina protetta, perché la Pinna nobilis sta morendo.
«È un animale sacro – racconta – il più grande ermafrodita del mare, alto fino a un metro, che vive dove l’acqua è calma e ossigenata. Ma i virus portati dalle navi da crociera ne hanno uccisi centinaia. Se non agiamo, rischierà l’estinzione».

Il messaggio universale

Nella sua voce e nei suoi gesti si intrecciano passato e futuro, mito e realtà, mare e terra. La seta del mare non è soltanto un tessuto prezioso, ma un filo invisibile che lega l’uomo alla natura e all’ascolto profondo di sé stesso.

«Rimpari l’uomo – esorta – a godere dei doni della natura, a non mercificare ciò che è sacro.
Non si possono vendere l’acqua, la terra, l’aria, il mare. E nemmeno l’arte, che è un dono divino. E non si possono calpestare». La sua voce è un richiamo al rispetto, alla semplicità, alla creatività.
Un invito a ritrovare nella natura la nostra prima maestra e nel silenzio del mare la nostra vera lingua.

Il museo vivente di Chiara Vigo, a Sant’Antioco, è oggi un santuario di ascolto e di gratitudine.
Ogni visitatore ne esce con un filo di bisso tra le dita — non un souvenir, ma un simbolo:
il filo invisibile che unisce l’uomo al mare, la materia allo spirito, il passato al futuro.

 

Settimo spunto: il silenzio delle pietre che cantano nel Giardino Sonoro di Pinuccio Sciola: un luogo da vivere

Nel silenzio delle pietre: il Giardino Sonoro di Pinuccio Sciola

C’è un luogo, a pochi chilometri da Cagliari, in cui il silenzio non è assenza ma nascita. Un giardino in cui le pietre, apparentemente immobili e mute, vibrano sotto le mani e restituiscono voci segrete. È il Giardino Sonoro di Pinuccio Sciola, un’opera viva che continua a raccontare la sua visione: dare alla materia più antica del mondo la possibilità di cantare.

L’artista e il Paese Museo

San Sperate, piccolo borgo agricolo, divenne Paese Museo grazie alla forza visionaria di Sciola. Negli anni Sessanta, l’artista invitò pittori e scultori da ogni parte del mondo a lasciare un segno tra le case imbiancate a calce. Nacquero così i primi murales, che trasformarono le vie in un laboratorio a cielo aperto. L’arte non era più chiusa nei musei, ma respirava insieme alle persone, diventando parte della vita quotidiana.
In questo clima di fermento, anche l’agrumeto di famiglia divenne per Sciola un laboratorio creativo, fino a trasformarsi in un paesaggio di pietre scolpite che oggi formano il Giardino Sonoro.

La voce della pietra

Sciola scoprì che la pietra poteva avere un’anima sonora. Lavorando basalto e calcare con incisioni geometriche, simili a corde d’arpa o tasti di pianoforte, permise loro di liberare suoni primordiali. Accarezzate con una mano o con un’altra pietra, le superfici vibrano e producono armonie inattese: profondi rimbombi come echi della terra, melodie cristalline come richiami marini.
Le sue sculture diventano così strumenti musicali e opere d’arte insieme, capaci di stupire chi le ascolta e di restituire all’uomo il senso di una connessione arcaica con la natura.

Un giardino megalitico contemporaneo

Camminare tra i monoliti del Giardino significa entrare in una dimensione sospesa. Le forme ricordano i menhir delle popolazioni preistoriche, ma parlano un linguaggio nuovo, fatto di vibrazioni e di ascolto. Non ci sono percorsi segnati: il visitatore è libero di perdersi, di accarezzare le superfici, di sentire con la pelle e con l’udito.
Ogni pietra custodisce un carattere diverso: alcune suonano come arpe, altre come tamburi profondi, altre ancora come sussurri di vento. È un’esperienza che coinvolge tutti i sensi, e che permette anche a chi non vede o non sente di entrare in contatto con la materia attraverso il corpo.

L’eredità di Sciola

Dopo la scomparsa dell’artista nel 2016, la Fondazione Pinuccio Sciola ha raccolto il testimone, curando il Giardino come un luogo vivo, aperto e in continua trasformazione. Non un museo immobile, ma un organismo che cresce, si rinnova e continua a parlare a chi sa ascoltare. Qui l’arte non si contempla soltanto: si tocca, si ascolta, si vive.
«Le mie sculture – amava dire Sciola – sono qui perché mettessero radici e tornassero a vivere. Un giorno che non conosco, spero tornino all’Universo che le ha generate».

Un’esperienza che resta

Il Giardino Sonoro non è solo un luogo da visitare, ma un’esperienza da abitare: una passeggiata tra natura e arte, un viaggio interiore tra silenzio e suono, una memoria collettiva che si rinnova ogni giorno tra le pietre. “Le pietre suonano perché hanno custodito memorie per millenni. A chi si avvicina, offrono la loro voce. Basta ascoltare.”